Il fascino indiscreto delle pseudoscienze

Sintesi dell’intervento del filosofo e storico della scienza Telmo Pievani.
di Telmo Pievani

Nel libro La scienza negata, il compianto storico della scienza Enrico Bellone spiega che cosa intende per “negazione della scienza” da due punti di vista differenti: uno culturale e uno politico. Nel primo caso, negare la scienza significa non capire che essa ha un valore culturale inestimabile. Nel secondo, significa che a non comprendere questo fatto sono addirittura la classe politica e i media. E oggi, nella “nuova agorà del web”, abbiamo anche un modo ulteriore di negare la scienza. Qualcuno lo ha definito “negazionismo scientifico”. Di che cosa si tratta? Non di un fronte unico, ma di un arcipelago di posizioni sugli argomenti più vari (dal tecno-millenarismo al riscaldamento climatico ritenuto un’invenzione), proposte da militanti del web che organizzano campagne finalizzate a negare dati scientifici corroborati e a diffondere bufale pseudo-scientifiche.
Pur non avendo quindi l’importanza e la gravità del negazionismo storico, il negazionismo scientifico interessa vari campi del sapere: personalmente mi occuperò qui di quello evoluzionistico. Negli Stati Uniti in particolare, ma anche in Italia e in altri paesi, si assiste a una vasta diffusione di varie forme di negazionismo evoluzionistico all’interno della galassia dei siti web di ispirazione religiosa radicale e integralista. Oltreoceano si è sviluppato un certo dibattito attorno al fenomeno: molti si stanno interrogando sul perché funzioni e susciti interesse nonostante l'infondatezza delle argomentazioni, sul perché abbia un effetto così epidemico sul Web, su che cosa si possa fare per arginarlo.

Identikit del negazionista

Proprio a partire dal caso evoluzionistico si può tracciare una sorta di fenomenologia del negazionista scientifico, un personaggio che ha alcuni tratti tipici e ricorrenti, qualunque sia il suo campo d’azione.
Anzitutto il negazionista scientifico nega risolutamente qualsiasi legame con ideologie religiose, benché i suoi interventi appaiano su portali web fortemente connotati in tal senso. Nega insomma l’evidenza della sua appartenenza e cerca in ogni modo di darsi un sedicente statuto di scientificità, tanto che nelle sue campagne la parola “scienza” ricorre quasi ossessivamente.
In secondo luogo, usa una tattica molto efficace, tipica della propaganda ideologica, e cioè si pone in un’ottica minoritaria e vittimistica. Sostiene di fare controinformazione, di essere in dissenso nei confronti di una maggioranza schiacciante, potente, silenziosa. Gli studi di psicologia sociale mostrano che questa posizione offre un vantaggio immediato, perché l’idea di rappresentare una minoranza dissenziente rispetto a una presunta maggioranza ortodossa e dominante solletica le nostre simpatie liberali.
E ancora: il negazionista non prende mai gli argomenti del suo interlocutore in modo letterale e corretto, ma ne fa la caricatura, li semplifica e li storpia. È anche questa una tecnica molto usata in politica, soprattutto nelle campagne elettorali, conosciuta come “uomo di paglia”: si prende un dettaglio del discorso dell’interlocutore, lo si radicalizza fino all’estremo e poi ci si concentra solo su quel dettaglio per attaccare l’intera visione dell’avversario.
Il negazionista è poi molto abile a distorcere le terminologie. Prende termini e concetti scientifici, ne offre una definizione fuorviante, la dà per scontata e poi la mette in discussione. Parte, cioè, da una falsa premessa e, se non si è abbastanza avveduti da coglierla subito, tutto il suo ragionamento diventa plausibile.
Naturalmente il negazionista ha bisogno di falsi argomenti, che in campo evoluzionistico si autoalimentano ripetitivamente da circa 150 anni: dall’idea che non esista un rapporto tra la microevoluzione e la macroevoluzione, al presunto “fatto” che non sarebbero mai stati trovati fossili di transizione da una specie all’altra. Uno degli argomenti preferiti, che purtroppo in passato ha conquistato anche alcuni autorevoli filosofi della scienza, sostiene che le scienze della vita in generale, e in particolare la spiegazione evoluzionistica, non siano falsificabili, cioè non corrispondano a uno dei criteri di base dello statuto scientifico. Questo è notoriamente falso. Oggi la spiegazione biologico-evoluzionistica produce una molteplicità di predizioni controllabili a tutti i livelli: dalle retrodizioni verificabili agli esperimenti in laboratorio, dal metodo comparativo a quello sperimentale, spesso facendo convergere su un modello prove indipendenti ed evidenze eterogenee.
C’è un’ulteriore caratteristica di questa fenomenologia: la ricerca insistente e aggressiva del confronto, del cosiddetto “dialogo alla pari”, con importanti scienziati che si occupano di una certa disciplina. Da notare però che il negazionista non ricerca il dialogo con rappresentanti qualunque delle comunità scientifiche, ma con scienziati che abbiano una certa visibilità, o comunque con personaggi pubblici. Polemizzano con un bersaglio non perché ha scritto articoli tecnici sulla teoria dell’evoluzione su riviste internazionali con peer review, ma perché qualche volta va in televisione e scrive sui quotidiani. L’obiettivo della polemica non sta dunque nel merito dei contenuti, ma nella speranza di ingaggiare un dibattito eclatante e di ottenere, per riflesso o per parassitismo, un certo grado di visibilità.

Elitaria o democratica?

Dietro questo atteggiamento si nasconde una visione totalmente errata della scienza che è bene affrontare con i ragazzi a scuola: la scienza non è un talk-show, non è un confronto di opinioni e, direi in modo più netto, non è nemmeno “democratica” nel senso politico del termine. Non lo è perché non si fa con i referendum, per votazioni, per maggioranze o minoranze. Non si fa con uno che si alza e dice la sua, magari sparandola grossa per farsi vedere. Non è democratica anche perché si basa su uno stato dell’arte in divenire: è sempre necessario partire da ciò che si conosce, da una letteratura di riferimento. Le sole opinioni non contano e comunque non tutte sono sullo stesso piano perché c’è da tenere in debita considerazione quella entità impalpabile che si chiama credibilità o reputazione, la quale è legata alla carriera di uno scienziato, al suo curriculum, al fatto che ha sottoposto le sue pubblicazioni alla comunità dei suoi pari che le ha approvate, al fatto che pubblica su certe riviste anziché su altre o che interviene in certi convegni anziché in altri. Questo non significa affatto avere una concezione elitaria della scienza. È anzi il contrario: significa che la scienza ha precise regole del gioco, è una forma di sapere, di critica e di crescita della conoscenza in cui a contare sono credibilità e argomentazioni basate su fatti.
Tra l’altro, questo diventa un tema più generale, perché proprio attraverso il processo di acquisizione delle sue conoscenze, paradossalmente la scienza - che “democratica” in quel senso banale non è - offre un grande insegnamento per il dibattito civile e pubblico delle nostre democrazie. Sarebbe magnifico se anche nel dibattito pubblico generale, non solo scientifico, i diversi punti di vista fossero fondati su dati condivisi e su argomenti razionali.

Dibattere o non dibattere? Questo è il problema

Come deve reagire lo scienziato di fronte alla fenomenologia del negazionista? Ci sono diverse correnti di pensiero in proposito. Alcuni ritengono che tutte le espressioni sostanzialmente antiscientifiche o pseudoscientifiche debbano essere ignorate.
Questa posizione ha valide ragioni dalla sua parte. Alla fine del 2001, poco prima di morire, il grande paleontologo ed evoluzionista Stephen J. Gould firmò una lettera insieme al suo acerrimo avversario, Richard Dawkins, in cui i due invitavano i colleghi evoluzionisti a non accettare più dibattiti con creazionisti in luoghi scientificamente accreditati. La lettera sosteneva che tenere questo tipo di dialoghi in una sede scientificamente riconosciuta permetteva al creazionista di raggiungere subito e a priori il suo risultato: sedersi sulla sedia di un Dipartimento, ottenendo automaticamente un credito scientifico. Per questo, i due scienziati suggerivano che fosse necessario dire di no.
Una seconda ragione a sostegno di questa ipotesi è che un simile dibattito non è leale: uno degli interlocutori nasconde armi segrete e colpisce sotto la cintola. Il negazionista ha gioco facile a comunicare le sue posizioni attraverso semplici slogan, che colpiscono, sono sintetici e funzionano molto bene, per esempio in televisione e su altri media che hanno ritmi serrati. Dall’altra parte, invece, c’è uno scienziato che deve argomentare, citare dati, spiegare, e per questo ha bisogno di più tempo e di un’attenzione diversa da parte di chi ascolta, che viene di fatto invitato a seguire un ragionamento. In effetti le statistiche condotte finora mostrano un dato sconcertante: per il pubblico che assiste a questi cosiddetti “dibattiti fra scuole di pensiero”, quasi sempre lo scienziato perde il confronto e, al termine dell’incontro, il grado di credibilità delle informazioni scientifiche diminuisce invece che aumentare.
Un’ulteriore ragione per evitare questi incontri è il fatto che molte affermazioni pseudoscientifiche hanno un grande appeal anche sul piano cognitivo. Per esempio, sono spesso di tipo teleologico o dietrologico-animistico: esse solleticano corde sensibili e inducono pensieri che ci piacciono, che ci consolano. La scienza, al contrario, è contro-intuitiva e spesso impegnativa: per arrivare a un risultato è necessario lo sforzo; la strada è in salita. In queste condizioni non si sta giocando alla pari. La comunicazione è decisamente asimmetrica.

Incontrarsi in agorà

Non tutti, però, sono d’accordo con una posizione di netto rifiuto all’incontro. Per esempio il paleontologo Niles Eldredge propone questo criterio: se il dibattito si svolge in una sede scientificamente accreditata hanno ragione Gould e Dawkins e bisogna rifiutare. Se invece il dibattito si tiene in una “agorà pubblica”, a cui tutti possono accedere, in cui ciascuno può esprimere il proprio orientamento, non partecipare rischia di essere dannoso: può dare l’immagine che il sapere scientifico sia chiuso in se stesso e timoroso di affrontare il dissenso. Al contrario, continua Eldredge, il sapere scientifico deve essere sempre aperto a qualsiasi tipo di interlocuzione e di critica. Quindi, nell’agorà pubblica, lo scienziato deve accettare il confronto con qualunque argomento e cercare di cavarsela, allenandosi alla controversia. Resta però il problema, molto serio, menzionato sopra: è come salire sul ring avendo contro non solo il pubblico, ma anche l’arbitro e le regole del gioco.

Che cosa ne pensava Darwin

Può essere interessante indagare la posizione di Charles Darwin al riguardo. L’ho scoperta di recente durante le ricerche nella sterminata corrispondenza darwiniana per un libro appena pubblicato (Lettere sulla religione, a cura di T. Pievani, Einaudi, Torino). Il volume raccoglie per la prima volta le lettere che Darwin scrisse dal 1839 in avanti nelle quali affronta i temi della religione, della fede e della teologia. In questa edizione critica, grazie alla traduzione di Isabella Blum, è finalmente possibile ricostruire il suo percorso travagliato dal teismo all’agnosticismo, con i suoi ripensamenti e le sue incertezze.
In una lettera scritta in vecchiaia, negli anni settanta dell’Ottocento, un corrispondente chiede a Darwin perché non accettasse di partecipare ai dibattiti pubblici, mentre in Inghilterra e in tutto il mondo la sua teoria suscitava reazioni di ogni sorta. Darwin si giustifica con diversi argomenti: non partecipa per carattere schivo e problemi di salute, trova questi dialoghi inutili, e poi vi partecipano già Thomas H. Huxley e altri colleghi ben più agguerriti, con ottimi risultati. Aggiunge quindi un aspetto metodologico interessante. Sul tema dell’evoluzione, secondo il naturalista inglese, è possibile accettare come interlocutore soltanto colui che soddisfi due condizioni: che sia in buona fede e che abbia una conoscenza, sia pure minimale, dell’argomento in discussione. Mi pare un ottimo suggerimento ancora oggi.

Scienza e “cosa pubblica”

Vorrei cogliere un ultimo aspetto: nell’agorà pubblica è talvolta necessario andare, in effetti, affinché la platea dei non esperti non sia esposta a un dibattito squilibrato e possa almeno sentire posizioni diverse. Non solo: la questione delicata riguarda tutti i casi in cui le posizioni pseudoscientifiche intervengono, spesso pesantemente, nel governo della cosa pubblica.
Come ci si deve comportare quando questa cultura antiscientifica o pseudoscientifica penetra per esempio in qualche corridoio ministeriale e si traduce in un cambiamento dei programmi della scuola pubblica italiana? È successo qualche anno fa. Come reagire quando questa cultura penetra nei corridoi del CNR e produce un convegno creazionista i cui atti sono poi finanziati dallo stesso CNR? O quando si mette a circolare nei corridoi delle scuole?
In queste situazioni, secondo me, non intervenire è rischioso perché significa lasciare la gestione della cosa pubblica ad altri. È un tema delicatissimo che, nel caso della scuola, riguarda la libertà dell’insegnamento. Siamo d’accordo che questa libertà debba essere sempre difesa, ma chiedo: si tratta di una libertà assoluta? Oppure si tratta di una libertà che può incontrare limiti oggettivi e ragionevoli? E se esistono limiti, stanno a valle, cioè nella predisposizione di programmi che devono essere poi rispettati da tutti, oppure a monte, cioè nella selezione e nella valutazione in itinere degli insegnanti?
Non ho risposte, però è un tema secondo me ineludibile. E come ha più volte sottolineato il giornalista scientifico Pietro Greco, casi come quelli citati mostrano quanto in Italia manchi una riflessione seria su quale tipo di voce pubblica debba avere la comunità scientifica.

Un’Authority per la scienza?

Così torniamo al problema del peso della cultura scientifica nel nostro paese e alla denuncia di Enrico Bellone. E’ necessario, a mio avviso, affrontare anche in Italia la questione dell’istituzione di una Authority indipendente - che sia l’Accademia Nazionale dei Lincei o un’altra struttura ad hoc, sul modello della Royal Society o delle National Science Foundations - che con l’autorevolezza necessaria abbia il compito di illustrare ai media, ai politici e agli interlocutori delle agorà pubbliche lo stato dell’arte su determinate questioni scientifiche.
Penso che sia molto pericoloso lasciare questo vuoto. Si pensi per esempio al dibattito sull’adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali. Sui quotidiani si trovano posizioni antitetiche: alcuni sostengono che recenti studi condotti negli Stati Uniti dimostrano che il bambino adottato da una coppia omosessuale manifesta addirittura una maggiore tendenza al suicidio; altri, invece, sostengono che studi scientifici mostrano l’esatto contrario, ovvero che non vi è alcun effetto significativo. Una persona che non sia esperta del dibattito scientifico in corso tra gli psicologi sul tema quale idea si potrà fare, se da entrambe le parti la scienza è strattonata e citata a sostegno di tesi opposte?
In casi come questo avere una fonte autorevole che certifichi gli studi e che presenti le diverse posizioni in campo nella comunità scientifica, con i loro aggiornamenti e le eventuali incertezze, può essere molto utile. Dirò di più: è un servizio consultivo fondamentale che deve essere offerto al pubblico, alle classi dirigenti, ai mass media e ai politici prima che intervengano a sproposito come avviene purtroppo spesso su questioni legate alla scienza.
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Pubblicato su "Linx Magazine" (Pearson Italia), vol. 16, ottobre 2013 (pearson.it/1D3A42B3)