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Authority scientifica: la proposta del “Manifesto di Orvieto”

pubblicato 08 mag 2014, 00:19 da Giuseppe De Ninno   [ aggiornato in data 02 gen 2015, 14:32 ]
di Bruno Bertolini.
Nell’ambito del convegno “OrvietoScienza” 2014, appuntamento annuale in cui si parla di scienza, di promozione della scienza nella scuola, dei rapporti tra scienza, scuola e società, per costruire conoscenze che garantiscano la partecipazione consapevole a una cittadinanza scientifica attiva, quale garanzia di democrazia, è stato proposto il “Manifesto di Orvieto”, che vuole definire le qualità e i fini dell’insegnamento scientifico, e le sinergie da promuovere tra comunità scientifica, scuola, divulgazione, territorio e decisori politici.

Il punto 5 del Manifesto è una richiesta puntuale alla politica: “Si richiede l’istituzione di un’Authority indipendente, sul modello della Royal Society o della National Science Foundation che, con la necessaria autorevolezza, abbia il compito d’illustrare ai media, ai politici e agli interlocutori delle agorà pubbliche, come la scuola, lo stato dell’arte su determinate questioni scientifiche. È molto pericoloso lasciare il vuoto attuale”.

Il vuoto attuale è colmato episodicamente da comitati e commissioni creati ad hoc, a volte stranamente contestate, proprio perché formate da esperti che, come tali, mostrerebbero già pregiudizi e inclinazioni preformate; evidentemente le opinioni generalmente fatte proprie dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica. Altrimenti si dovrebbe interpellare una commissione di notai, “chef de cuisine” o esperti di pattinaggio artistico, per avere un parere assolutamente “neutrale” su una questione di politica sanitaria.

E, in questo vuoto, le decisioni che la politica dovrebbe prendere sono molte volte surrogate dalla magistratura, sono prese tardi e in maniera spesso incoerente e contraddittoria. Basti ricordare il caso della cura Di Bella, o la vicenda Stamina, o il referendum del 1987 sul nucleare, svoltosi sul filo dell’emozione provocata dal disastro di Chernobyl, o le polemiche sulla prevedibilità dei terremoti, o il recente caso del mancato intervento dell’AIFA sul cartello di Big Pharma, e via dicendo. Quel tipo di vicende che, tra l’altro, possono fare da esca a iniziative populistiche.

Perché, in Italia, ci troviamo in questa situazione?
Una delle ragioni, se non la principale, è la mancanza di alfabetizzazione scientifica della cittadinanza, in particolare proprio di quei cittadini deputati a prendere decisioni politiche e giuridiche. Alfabetizzazione scientifica che è compito primario della scuola, ma che non è certo promossa dalle politiche scolastiche, né recenti né remote.

Per quel che riguarda le decisioni su argomenti che rivestono carattere scientifico, lo spread culturale e la dispersione delle opinioni sono massimi, perché nella società manca una cultura scientifica di base robusta, comune e condivisa. Una forma di cultura che spesso ci si vanta di non possedere, una cultura che va delegata in toto a esperti, che a loro volta sono considerati del tutto incompetenti in materia di problemi sociali, giuridici o politici. E tutto questo avviene in una società che è stata definita “società della conoscenza”, in cui la ricerca non è più soltanto avanzamento delle conoscenze, ma è anche uno dei principali supporti allo sviluppo dell’economia.

In sintesi, il “Manifesto di Orvieto” richiede ai politici l’istituzione di un’Authority scientifica, di un’autorità garante e indipendente che fornisca le conoscenze necessarie per i processi decisionali, e che si trovi al centro di una rete di “relazioni istituzionalizzate” tra la scuola, il territorio, la società civile e la ricerca, da una parte, e i decisori pubblici di vario livello, dall’altra.

Non si tratta certamente di una richiesta d’avanguardia o addirittura utopistica. In altri paesi, questo insieme di relazioni è da anni ufficialmente strutturato e affidato a istituzioni universalmente riconosciute per competenza e indipendenza.
Nel Regno Unito le società scientifiche riuniscono coloro che non soltanto fanno la ricerca, ma che ne traggono brevetti, che sanno come comunicare le loro scoperte e come insegnare le loro discipline, sono società autorevoli e indipendenti che interagiscono con i governi, con le amministrazioni e collaborano regolarmente nello sviluppo di politiche scientifiche e tecnologiche. Le società scientifiche non soltanto forniscono pareri e competenze, su richiesta della politica, ma costantemente trasmettono informazioni ai politici e alla cittadinanza.

La creazione in Italia di simili Authority, autorevoli e indipendenti, sarebbe indispensabile per una evidence-based policy-making, cioè per una politica e per una legislazione che possa basarsi su pareri informati e su fatti accertati e analizzati.
Articolo pubblicato il 1 aprile 2014 su Education 2.0
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